Chi ruba la terra e il cibo all' Africa

Pubblicato: 28 gennaio 2010 nella categoria Blog

Chi ruba la terra e il cibo all' Africa
Repubblica — 26 gennaio 2010   pagina 1   sezione: PRIMA PAGINA

Chi ruba la terra e il cibo all Affica CI RUBA LA TERRA E IL CIBO AI CONTADINI D'AFRICA CARLO PETRNI NEL mese di agosto del 2009 il re saudita Ahdullah ha festeggiato il primo raccolto di riso realizzato in Etiopia. E al riso seguiranno orzo e grano. Cresciuta in mezzo al deserto come tutti gli Stati del Golfo, l'Arabia Sauditaha scelto di risolvere il problema del cibo accaparrandosi terre coltivabili sull'altra sponda del Mar Rosso, nelCorno d'Africa:inPaesicome l'Etiopia, coniO milioni di affamati, o come il Sudan, che non riesce a uscire dall'immensa tragedia del Darfur.

E un fenomeno nuovo (iniziato circa 15 mesi fa) e ancora poco studiato (anche perché la maggior parte degli accordi è segreta): è il diabolico furto di terra e cibo al continente pi affamato e povero del mondo.

Milioni di ettari in Etiopia, Ghana, Mali, Sudan e Madagascar sono stati ceduti in concessione per venti, trenta, novant'anni alla Cina, all'India, alla Corea, in cambio di vaghe promesse di investimenti. Seul possiede già 2,3 inilionidiettari, Pechino ne ha comprati 2,1, l'Arabia Saudita 1,6, gli EmiratiArabi 1,3.

Jprotagonisti e anche questa è una novità sono i governi: daunaparte ci sono Paesi che hanno soldi e bisogno di terra. Dall'altra governi poverissimi e spesso corrotti che, in cambio di un p0' di denaro, tecno – logia e qualche infrastruttura. mettono a disnosizione senzaindugio il bere pi prezioso di un continente ancora prevalentemente agricolo:

la terra.

D'altra parte quasi nessun contadino africano pu provare di possedere un terreno. Il diritto formale di proprietà (o di affitto) riguarda dal 2 al 10% delle terre. Nella maggioranza dei casi ci si affida a norme tradizionali, riconosciute localmente, ma non dagli accordi internazionali. E così terre abitate, coltivate e usate come pascolo da generazioni sono considerate inutilizzate.

C'è chi si porta da casa anche la manodopera, come la Cina, che ormal dal 2000 sta incentivando l'emigrazione in Africa come soluzione al problema demografico. Nel loro nuovo far west, 800 mila cinesi gestiscono imprese, costruiscono ferrovie, strade, dighe, si appropriano delle materie prime (petrolio, minerali, legno) e piazzano prodotti a buon mercato.

Accanto al governi, ci sono gli investitori privati: dopo la crisi finanziaria, molti hanno iniziato a guardare a beni di investimento pi tangibili: il settore in cima alla lista è la telTa (cibo e biocarburanti). Non a caso, nell'agosto del 2009, aNewYork, sièsvoltala prima conferenza del commercio mondiale di terre coltivabili.

Che cosa succede nelle terre africane quando arrivano gli investitori stranieri? Si nassa dall'anricoltura tradi ionale baata sulla diversità, sulle varietà locali, sulle comunità all'agroindustria:

che significa monocolture destinate all'esportazione (riso, soia, olio di palma per biocarburanti…) e ricorso massiccio alla chimica (fertilizzanti e pesticidi). Quando i terreni saranno completamente impoveriti, gli investitori stranieri potranno facilmente spostarsi da un'altra parte.

Una formula vecchia, che riporta indietro di cmquant'anni, alla cosiddetta rivoluzione verde , avviata negli anni Sessanta con i soldi della Fondazione Ford, della Fondazione Rockefeller e dellaBancaMondiale per aumentare la produzione di cibo nei Paesi poveri, puntando su tecnologia e monocolture.

Le prove del completo fallimento di questa strategia sono incontrovertibili. Un dato su tutti: nel 1970 i sottoalimentatiinAfricaerano 80 milioni. Dieci anni dopo questo numero è raddoppiato, per raggiungere i 250 milioni di persone nel 2009.

Eppure, innome dellasicurezza alimentare, si sta cercando dirilanciarlaconilprogramma Agra (acronimo di Alliance for a Green Revolution in Africa , ovvero alleanza per una rivoluzione verde ). I Jno dei suoi prodotti simbolo è il riso Nerica ( New Rice for Africa , nuovo riso per l'Afri ca ). Un riso che dà alte rese solo se coltivato con tecniche industriali e sostanze chimiche. I semi (venduti in esclusiva da pochissime aziende che fanno soldi a palato) devono essere riacquistati ogni anno. Un sistema impraticabile per i piccoli contadini di Paesi come il Mali o la Liberia, che possiedono e si tramandano da generazioni decine di ecotipi tradizionali di riso. Chi c'è dietro questa strategia? I soliti nomi la Fondazione Rockefeller, la BancaMondiale, l'Usald (l'agenzia per lo sviluppo internazionale degli Stati Uniti) e poi un nuovo, potentissimo protagonista:

BillGates, chehadeciso didedicarsi alla solidarietà…

Il riso è solo un esempio:

Agra sta promuovendo decine di varietà selezionate e brevettate (nuove varietà di cassava, sorgo, mais…); le *** aziende semntiere nascono come funghi; i contadini ricevono pacchetti di sementi e fertilizzanti (gratis per un anno, scontati per altri tre o quattro anni). E i prodotti tradizionali, che hanno nutrito generazioni di contadini africani, scompaiono.

Nel 1960 all'albadellade- colonizzazione i Paesi africani producevano cibo a sufficienza per il consumo domestico, anzi riuscivano addiritturaa esportare. Oggi, invece, sono costretti a importare lamaggiorparte degli alimenti.

A Sandaga, il pi grande mercato aiim entare nell Africa occidentale (nel cuore di Dakar) si possono comprare frutta e ortaggi portoghesi, spagnoli, italiani, greci ametà del prezzo degli equivalenti locali. E questo vale per tutti i prodotti: dalle ali di pollo degli allevamenti industriali europei al cotone americano al riso tailandese. L'agro-industria occidentale, grazie a giganteschi sussidi pubblici, piazza le proprie eccedenze sottocosto sui mercati poveri, rovinando i contadini locali. In mare la situazione non è meno grave. Le flotte di Europa, Cina, Giappone e Russia devastano i litorali africani, comprando le licenze di pesca dal gover ni locali e pescando in modo indiscriminato.

E così si disgregano le comunità costiere (inAfricavivono di piccola pesca nove milioni di persone): i pescatori si trasformano in operai per le fabbriche del pesce (gestite da compagnie straniere) e spesso sono costretti a vendere le barche a prezzi stracciati al passeurs di esseri umani. Su queste piccole barche inadatte alla navigazione in alto mare ogni anno muoiono migliala di disperati in cerca di una vita migliore.

Insomma, non possiamo fare altro che sottoscrivere le parole del sociologo JeanZiegler: «Da unaparte si organizza la fame in Africa, dall'altra si criminalizzano i rifugiati della farne». E quelle di Thomas Sankara, rivoluzionario e capo dei governo dei Burkina Faso per qualche anno, prima di essere ucciso nei 1987, in un agguato organizzato dall'attuale presidente:

«Bisogna restituire l'Africa agli africani».

– CARLO PETRINI


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