Cologno Monzese, 9 luglio: due fatti di ordinaria ingiustizia

Pubblicato: 16 luglio 2015 nella categoria Blog

Lo scorso 9 luglio sono accaduti due fatti estremamente gravi a Cologno Monzese.
Due fatti che come collettivo che opera sul territorio da più di 10 anni, e come abitanti di questa città, non vogliamo e non possiamo lasciar passare sotto silenzio.

Primo fatto: una famiglia di cinque persone, due coniugi con tre figli a carico, è stata sfrattata dalla casa in cui viveva da tre anni. Lo sfratto è stato eseguito in modo particolarmente violento, con l’impiego di vigili del fuoco, polizia locale e carabinieri per costringere la famiglia, che non ha altri posti in cui andare, ad abbandonare l’appartamento. L’abitazione in questione è comunale, e la famiglia non riusciva a pagare l’affitto perché Ahmed, il padre di famiglia, da tempo non riusciva a trovare un lavoro che permettesse di farlo.

La famiglia di Ahmed ora non ha un posto in cui vivere.

Quello di Ahmed non è un caso particolare: solo a Cologno, ogni anno, in media 200 famiglie vengono sfrattate perché continuano a vivere in appartamenti di cui non riescono più a pagare l’affitto. Potrebbe succedere a chiunque di noi: perdi il lavoro (cosa quantomai comune di questi tempi), cerchi di trovarne un altro, ma se non sei più tanto giovane non riesci.
E dopo che i pochi aiuti dello Stato per far fronte a questa situazione terminano, non riesci più a pagare l’affitto. Se non hai nessuno che possa ospitare te e i tuoi figli, probabilmente, per garantire un tetto alla tua famiglia, faresti quello che ha fatto Ahmed.

Qualcuno dirà che l’occupazione di un appartamento è un atto illegale.

Secondo noi lasciare per strada una famiglia che non ha colpe, se non quella di non potersi permettere di pagare un affitto, è un’ingiustizia ed è ben più grave dell’occupazione di un appartamento.

I membri del Comitato Abitanti Giambellino Lorenteggio, un gruppo autorganizzato di inquilini di Milano, che da tempo si occupa di diritto alla casa, sono intervenuti per dimostrare solidarietà alla famiglia. Hanno organizzato un picchetto per cercare di impedire che lo sfratto fosse eseguito e hanno tentato una mediazione con il Comune e le forze dell’ordine.

E qui veniamo al secondo fatto grave: sei appartenenti a questo gruppo sono stati arrestati e processati per direttissima, con l’accusa da parte delle forze dell’ordine di resistenza a pubblico ufficiale e lesioni.
Dopo il processo, queste sei persone sono state rilasciate con obbligo giornaliero di firma presso il proprio comune di residenza. Riteniamo gravissimo che il dissenso, l’autorganizzazione e le azioni solidali siano affrontati con queste modalità.

Per questo motivo esprimiamo la nostra vicinanza e la nostra solidarietà alle sei vittime di questo assurdo provvedimento.
Riteniamo sia dovere delle istituzioni mettersi in ascolto dei problemi delle persone, indipendentemente dalla loro nazionalità, tentare di risolverli e non di aggravarli, come è successo ad Ahmed e la sua famiglia. Secondo noi l’uso della forza non è una soluzione, è anzi un modo semplicistico e pericoloso di affrontare questioni complesse come questa, e che rischia di generare rancori e quindi un clima di timore e insicurezza.
Riteniamo che dovrebbe essere compito prioritario delle istituzioni salvaguardare la dignità delle persone: lasciare persone senza un posto in cui vivere è uno sfregio a questa dignità e per quanto ci riguarda dovrebbero evitarlo con ogni mezzo possibile.

Quando le istituzioni non salvaguardano la dignità delle persone non possiamo che stare dalla parte dei più deboli e di chi si autorganizza per difendersi da questi che per noi sono atti di prepotenza.


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