Marcos: movimenti, potere, avanguardie

Pubblicato: 28 marzo 2010 nella categoria Blog

Pubbli chiamo questo discorso tenuto dal subcomandante Marcos pronunciato al Caracol La
Garrucha il 2 agosto 2008 in occasione della carovana internazionale di solidarietà con i popoli zapatisti perchè affine nei contenuti e nello spirito con quello che, noi da questa parte del mondo, nel nostro piccolo cerchiamo di fare.

Buona lettura!

 

Buon pomeriggio, buona sera. Il mio nome è Marcos, Subcomandante Insurgente Marcos, e sono qui per presentarvi il Tenente Colonnello Insurgente Moisés. Lui è l’incaricato dell’attività internazionale per la Comandancia Generale dell’EZLN, che noi chiamiamo la Commissione Intergalattica e la Sesta Internazionale, perché, rispetto a tutti noi, lui è l’unico che riesce ad essere paziente con voi.

Parleremo lentamente, per permettere la traduzione. We will speak slowly, for the translation. Nous allons parler doucement, pour la traduction.

Vogliamo ringraziarvi di essere venuti fino qua per conoscere direttamente quello che sta accadendo nel processo zapatista, non solo le aggressioni che stiamo subendo, ma anche quanto si sta realizzando qui in territorio ribelle, in territorio zapatista.

Speriamo che ciò che vedrete e che ascolterete possa essere portato lontano: in Grecia, in Italia, in Francia, in Spagna, nei Paesi Baschi, negli Stati Uniti e nel resto del nostro paese, con i nostri compagni dell’Altra Campagna.

Speriamo non facciate come la cosiddetta Commissione Civile Internazionale di Osservazione dei Diritti Umani, che la sola cosa che ha fatto venendo qua, alcuni mesi fa, è stata lavare le mani del governo perredista del Chiapas, dicendo che le aggressioni che subiscono le nostre comunità non vengono dal governo statale ma dal governo federale.

Vorrei introdurre quello di cui parlerà il Tenente Colonnello Moisés. Ci fa piacere che la vostra visita abbia coinciso con il suo passaggio da queste parti. Lui è il compagno che ha seguito più da vicino il processo di costruzione dell'autonomia nelle comunità zapatiste.

Vorrei spiegare, a grandi linee, la storia dell'EZLN e delle comunità indigene zapatiste in questo territorio, il Chiapas. Mi riferisco agli Altos del Chiapas, la zona del Caracol di Oventic; la zona tzotz choj, tzeltal-tojolabal, che è quella del Caracol di Morelia; la zona chol che è quella di Roberto Barrios, nel nord del Chiapas; la zona tojolabal o Selva Fronteriza, che è quella del Caracol di La Realidad; e questa che è la zona tzeltal, quella del Caracol di La Garrucha.

Domani siete invitati a visitare un villaggio che da molti anni è base di appoggio dell'EZLN. Avrete l'onore di essere guidati dal Comandante Ismael, che è qui. Questo compagno insieme al Señor Ik – il defunto Comandante Hugo o Francisco Gómez, il suo nome da civile – percorrevano queste gole diffondendo la parola zapatista quando nessuno era con noi.

Vi accompagnerà lui. Vedrete il luogo in cui i soldati cercavano marijuana. Vogliamo che vediate se c’è marijuana. Se la trovate non fumatela, ma denunciatelo affinché sia distrutta. No, non c’è marijuana. Ma a noi non credono, forse crederanno a voi. (…).

Con noi c’è anche il Comandante Masho, qui alla mia destra. Anche lui è uno dei compagni comandanti che erano con il Señor Ik, il Comandante Hugo, agli inizi dell’EZLN in questa vallata. E fa parte della Commissione Sesta dell’EZLN. Era con noi nel nordovest della Repubblica messicana a visitare comunità indios e compagni e compagne dell'Altra Campagna in Messico, in quella parte del paese.

Com’è cominciata? 24 anni fa, quasi 25, arrivò un piccolo gruppo di urbani, o di cittadini come diciamo noi, non in questa parte della selva, ma molto più all’interno, nella zona che ora è nota come la Riserva dei Montes Azules. In quella zona non c'era niente, solo animali selvaggi a quattro zampe ed animali selvaggi a due zampe, che eravamo noi. E la mentalità di quel piccolo gruppo – sto parlando del 1983-1984, cioè 24 o 25 anni fa – era la mentalità tradizionale dei movimenti di liberazione in America Latina, cioè: un piccolo gruppo di illuminati che si solleva in armi contro il governo. Questo fa sì che molta gente li segua, si ribelli e faccia cadere il governo e si instauri un governo socialista. Sono molto schematico, ma essenzialmente è quello che si conosce come la teoria del “fuoco guerrigliero”.

Quel piccolo gruppo aveva quella mentalità tradizionale, classica od ortodossa, se la volete chiamare così, ma possedeva anche un bagaglio etico e morale che non aveva precedenti nei movimenti guerriglieri o armati in America Latina. Questa eredità etica e morale veniva da altri compagni che erano morti affrontando l'esercito federale e la polizia segreta del governo messicano.

Per tutti quegli anni rimanemmo soli. Non c'erano compagni nei villaggi. Nessuno dalla Grecia veniva a trovarci. Né dall'Italia né dalla Francia né dalla Spagna né dai Paesi Baschi. Nemmeno dal Messico! Perché questo era l'angolo più dimenticato di questo paese. Quello che era un fattore contro, più avanti si trasformò in un vantaggio: il fatto di essere isolati e dimenticati ci permise, allora, di vivere un processo di involuzione. Qualche ortodosso conoscerà il libro che racconta della “trasformazione della scimmia in uomo”. Allora avvenne il contrario: l'uomo si trasformò in scimmia, che era quello che eravamo noi. Perfino fisicamente, per questo uso il passamontagna. È per una questione di estetica e di buon gusto che bisogna coprirsi il volto.

Questo piccolo gruppo sopravvisse alla caduta del Muro di Berlino, al crollo del socialismo, ai tentennamenti della guerriglia in America Centrale – prima col FMLN nel Salvador, poi con quello che una volta si chiamava il Fronte Sandinista di Liberazione Nazionale, in Nicaragua. Ed in seguito, l'unione rivoluzionaria del Guatemala, la URNG -.

Ciò che lo fece sopravvivere furono due elementi, secondo noi: Uno, la sciocchezza o l'ostinazione che probabilmente quella gente aveva nel DNA. E l'altro, il bagaglio morale ed etico ereditato dai compagni e compagne che erano stati assassinati dall'esercito, proprio in quelle montagne.

Le cose stavano dunque così, con due possibilità: un piccolo gruppo che passa decenni rinchiuso in montagna aspettando il momento in cui succederà qualcosa per agire nella realtà sociale. O finire, come una parte della sinistra radicale nel Messico di allora, come deputati, senatori, o presidenti legittimi della sinistra istituzionale in Messico.

Accadde qualcosa che ci salvò. In quei primi anni ci salvò e ci sconfisse. Quello che accadde è qui seduto alla mia sinistra, il Tenente Colonnello Insurgente Moisés, il Comandante Masho, il Comandante Ismael e molti altri compagni che trasformarono l'EZLN da un movimento guerrigliero d'avanguardia ed ortodosso, in un esercito di indigeni.

Non si trattava solo del fatto che era un esercito composto in maggioranza da indigeni. In maggioranza… in realtà su 100 combattenti 99 erano indigeni ed uno era meticcio. Non solo questo, ma quell'esercito e la sua mentalità subì la sconfitta nel suo progetto illuminante, il suo progetto di guida, caudillista, rivoluzionario classico, dove un uomo, o un gruppo di uomini, si trasforma nel salvatore dell'umanità, o del paese.

Accadde che quel progetto fu sconfitto nel momento in cui ci confrontammo con le comunità e ci rendemmo conto non solo che non ci capivano, ma che la loro proposta era migliore.

Decenni prima, secoli prima era successo qualcosa. Ci stavamo confrontando con un movimento di vita che era riuscito a sopravvivere ai tentativi di conquista di Spagna, Francia, Inghilterra, Stati Uniti e di tutte le potenze europee, compresa la Germania nazista nel 1940-1945. Quello che aveva fatto resistere questa gente, questi nostri compagni e compagne in primo luogo, e poi, i nostri capi e cape di adesso, era stato l'attaccamento alla vita che aveva molto a che vedere con il loro bagaglio culturale. La lingua, il linguaggio, il modo di rapportarsi con la natura rappresentava un'alternativa non solo di vita, ma di lotta. Non stavamo insegnando a resistere a nessuno. Ci stavamo trasformando in alunni di quella scuola di resistenza di gente che lo stava facendo da cinque secoli.

Quelli che venivano a salvare le comunità indigene, furono salvati da queste stesse. E trovammo rotta, destino, strada, compagnia e velocità per il nostro passo. Quello che allora, ed ora, chiamiamo “la velocità del nostro sogno”.

L'EZLN ha molti debiti con voi, con gente come voi, in Messico ed in tutto il mondo, ma il nostro debito fondamentale è nel nostro cuore: nel cuore indigeno. In questa comunità ed in migliaia di comunità come questa popolate da compagni basi di appoggio zapatiste.

Nel momento in cui il piccolo gruppo guerrigliero entra in contatto con i villaggi, sorge un problema ed un conflitto. Io posseggo la verità – io, il gruppo guerrigliero – e tu sei un ignorante, ti insegno, ti indottrino, ti educo, ti formo. Errore e sconfitta.

Nel momento in cui si inizia a costruire il ponte del linguaggio, ed incominciamo a modificare il nostro modo di parlare, iniziamo a modificare anche il nostro modo di pensare noi stessi e di pensare al nostro posto all'interno di un processo: Servire.

Da un movimento che si proponeva di servirsi delle masse, dei proletari, degli operai, dei contadini, degli studenti per arrivare al potere e guidarli alla felicità suprema, ci stavamo trasformando, gradualmente, in un esercito che doveva servire alle comunità. In questo caso, le comunità indigene tzeltales, le prime in cui ci stabilimmo in questa zona.

Il contatto con le comunità significò un processo di rieducazione più forte e più terribile dell'elettroshock praticato nelle cliniche psichiatriche. Non tutti lo sopportarono, ma alcuni sì.

Poi, che cosa è successo? Il fatto è che l'EZLN si trasforma in un esercito di indigeni, al servizio degli indigeni, e passa dai sei con i quali è nato l'EZLN, ad oltre seimila combattenti.

Che cosa fa scoppiare l'insurrezione del primo gennaio del '94? Perché decidemmo di sollevarci in armi? La risposta è nei bambini e nelle bambine. Non fu l'analisi della congiuntura internazionale. Ognuno di voi converrà con me che la congiuntura internazionale non era favorevole per un'insurrezione armata. Il campo socialista era stato sconfitto, tutto il movimento di sinistra in America Latina era in fase di ritirata. In Messico la sinistra stava piangendo la sconfitta dopo che Salinas de Gortari non solo aveva fatto una frode, ma aveva comperato buona parte della coscienza critica della sinistra in Messico.

Chiunque minimamente ragionevole ci avrebbe detto: non ci sono le condizioni, non sollevatevi in armi, consegnate le armi, entrate nel nostro partito, eccetera, eccetera. Ma qualcosa dentro ci disse di sfidare quei pronostici e quelle congiunture internazionali.

L'EZLN dunque si prepara, per la prima volta, a sfidare il calendario e la geografia dell'alto. Ho detto i bambini e le bambine. Successe che in quegli anni, a partire dal principio degli anni '90, fu introdotta una riforma che impediva ai contadini l'accesso alla terra. La terra, come vedrete domani, quando salirete la collina che va verso il villaggio di Galeana, quella era la terra che avevano i contadini: ripidi pendii pieni di pietre. Le buone terre erano nelle mani dei finqueros. Nei prossimi giorni vedrete anche quelle fincas e potrete constatare la differenza di qualità della terra.

Si era cancellata la possibilità ad accedere ad un pezzo di terra. Contemporaneamente le malattie iniziarono ad uccidere i bambini e le bambine. Dal 1990 al 1992 non c'era bambino nella Selva Lacandona che arrivasse a compiere cinque anni. Prima dei cinque anni morivano di malattie curabili. Non era il cancro, non era l'AIDS, non erano malattie di cuore, erano malattie curabili: tifo, tubercolosi e a volte una semplice febbre ammazzava bambini e bambine minori di cinque anni.

Capisco che in città questo può essere perfino un vantaggio: meno asini, più pannocchie, si dice. Ma nel caso di un villaggio indigeno la morte dei suoi bambini significa la scomparsa come popolo. Cioè, nel processo naturale, gli adulti crescono, diventano vecchi e muoiono. Se non ci sono bambini quella cultura scompare.

La moria degli indigeni, dei bambini e delle bambine indigene, acutizzò ancora di più il problema. Ma la differenza rispetto al resto di altri villaggi indios, è che qui c'era un esercito ribelle, armato. Furono le donne a spingere per questa scelta. Non furono gli uomini. So che la tradizione in Messico – i mariachi, Pedro Infante e tutto il resto – è che gli uomini sono molto machi. Ma non è stato così. Chi cominciò a spingere: bisogna fare qualcosa, basta, è ora di finirla, furono le donne che vedevano morire i loro figli e figlie.

Cominciò a diffondersi una voce in tutte le comunità: bisogna fare qualcosa, ora, facciamola finita, in tutte le lingue. In quel momento eravamo presenti ormai anche nella zona degli Altos. E lì avevamo due compagne che erano, e sono ancora, la colonna portante di quell’opera: la defunta Comandante Ramona e la Comandante Susana.

In diverse parti cominciò a nascere questa inquietudine, questo malessere… Chiamiamolo col suo nome: questa ribellione tra le donne zapatiste, secondo le quali bisognava fare qualcosa. Noi allora facemmo quello che dovevamo, domandare a tutti che cosa avremmo fatto. Allora, nel 1992, si svolse una consultazione – senza televisione, senza governo del Distretto Federale, senza niente di quello che c'è adesso – e villaggio per villaggio si fecero assemblee – come quella che stiamo facendo adesso -. Si presentava la questione. L'alternativa era molto semplice: se ci fossimo ribellati in armi ci avrebbero sconfitto, ma avremmo richiamato l'attenzione e le condizioni degli indigeni sarebbero migliorate. Se non ci fossimo ribellati in armi saremmo sopravvissuti, ma saremmo scomparsi come popoli indios.

La logica di morte è quando diciamo: non ci hanno lasciato altra scelta. Ora, dopo quattordici anni, quasi quindici, noi – quelli che siamo qui da più tempo – diciamo: che bello non aver avuto altra scelta.

Nei villaggi dissero: sei qui per questo, combatti, combatti con noi. Non si trattava solo di un rapporto formale, di comando. Perché formalmente era il contrario: formalmente l'EZLN era il comando e le comunità i subordinati. Nei fatti, nella realtà, era il contrario: i popoli sostenevano, si prendevano cura e facevano crescere l'Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale.

A quel tempo è stata importante anche la partecipazione di un compagno meticcio, proveniente dalla città, il Subcomandante Insurgente Pedro, che cade in combattimento il primo gennaio del 1994.

Di fronte a questa alternativa ed alle comunità che dicono “alziamoci in armi”, il calcolo militare che facemmo – il Tenente Colonnello Moisés forse lo ricorda bene perché fu su questa montagna che sta alle spalle del villaggio, lassù, dove avevamo un accampamento, che si tenne una riunione di tutti i comandi zapatisti -, il piano che presentai loro fu questo: dobbiamo pensare bene a quello che faremo, perché quando si inizia qualcosa non si può tornare indietro.

Se noi andavamo a chiedere alla gente se ci si doveva sollevare in armi o no, non potevamo poi fermarci. Sapevamo e sentivamo che la risposta sarebbe stata un sì. E sapevamo e sentivamo che quelli che sarebbero morti erano quelli che si stavano riunendo su queste montagne, qui a La Garrucha.

Poi è successo quello che è successo. Non vi racconterò del primo gennaio del '94 perché iniziate a saperne un bel po' su di noi – almeno alcuni di voi, perché altri erano molto piccoli – e si apre una tappa di resistenza, diciamo noi, dove si passa dalla lotta armata all'organizzazione della resistenza civile e pacifica.

Accadde qualcosa in tutto questo processo sul quale voglio richiamare l'attenzione: il cambiamento della posizione dell'EZLN rispetto alla questione del potere. E la posizione rispetto alla questione del potere è quella che segnerà in maniera più profonda il percorso zapatista. Noi ci eravamo resi conto – e per noi vanno incluse le comunità, non solo il primo gruppo – ci eravamo resi conto che le soluzioni, come tutto in questo mondo, si costruiscono dal basso verso l'alto. E tutta la nostra proposta precedente, la proposta della sinistra ortodossa, fino ad allora, era stata il contrario: dall'alto si risolvono le cose per il basso.

Questo cambiamento dal basso verso l'alto per noi significava non organizzarci, non organizzare la gente per andare a votare, né per andare ad una marcia, né per gridare, ma per sopravvivere e per trasformare la resistenza in una scuola. Questo è stato quello che hanno fatto i compagni, non l'EZLN originale, quel piccolo gruppo, ma l'EZLN con ormai presente questa componente indigena. Quello che ora si conosce a grandi linee come la costruzione dell'autonomia zapatista è un processo che vi spiegherà ora il Tenente Colonnello Insurgente Moisés.

Prima di questo, volevo segnalare alcune cose. Si dice, non senza ragione, che negli ultimi due anni, il 2006 e 2007, il Subcomandante Marcos ha lavorato con impegno e con successo a distruggere l'immagine mediatica che si era costruita intorno a lui. E si fa osservare come persone che prima erano vicine a lui ora si siano allontanate o diventate addirittura anti-zapatiste. Alcune di queste persone sono andate nei rispettivi paesi a tenere conferenze e sono state ricevute come se fossero stati loro a ribellarsi in armi. Sono gli zapatologi, pronti a viaggiare con tutti i rimborsi spese, a ricevere gli applausi, le carovane e qualche altro favore, quando viaggiano all'estero.

Che cosa è successo? Vi dirò come la vediamo noi. Voi avrete la vostra opinione. Mi spiego: qui nelle zone indigene si parla molto dei “coyote”. A differenza che tra gli yaquis ed i mayos per i quali il coyote è molto rispettato ed emblematico, in Chiapas no. Il coyote è l'intermediario. È qualcuno che compra a buon mercato agli indigeni e poi rivende al mercato a caro prezzo.

Quando scoppia l'insurrezione zapatista, nascono quelli che noi chiamiamo gli intermediari della solidarietà. Cioè, i coyote della solidarietà. Questa gente che diceva, ed ancora dice, di avere il contatto diretto con lo zapatismo, di avere il telefono rosso, sono quelli che sanno come stanno le cose qui, e questo per loro rappresenta un capitale politico. Vengono e portano qualche cosa, cioè pagano a buon mercato; se ne vanno e si presentano come emissari dell'EZLN: riscuotono molto.

La comparsa di questo gruppo di intermediari, in cui c'erano politici, intellettuali, artisti e gente del movimento sociale, ci nascondeva l'esistenza di altre cose, di altri in basso. Noi intuivamo che c'era la Spagna del basso; che c'erano i Paesi Baschi in rivolta; che c'era la Grecia ribelle; che esisteva la Francia insorta; che c'era l'Italia della lotta; ma non lo vedevamo. Temevamo, quindi, che neanche loro ci vedessero.

Questi intermediari organizzavano e facevano cose quando eravamo di moda ed incassavano il loro capitale politico. Così come chi organizza concerti e si tiene una quota: riscuote il suo salario, o quello che spetta alla sua organizzazione.

C'era un altro in basso. Abbiamo sempre avuto questa idea: lo zapatismo ha sempre detto di non essere l'unico gruppo ribelle, né il migliore. La nostra idea non era creare un movimento che egemonizzasse tutta la ribellione in Messico, o tutta la ribellione a livello mondiale. Non abbiamo mai aspirato ad una internazionale, alla quinta internazionale o non so a che numero sono arrivati – Ora c'è la Sesta. Ma questa è un'altra, questa è L'Altra Internazionale.

Che cosa è successo? Vi dirò alcune cose che per voi non saranno novità. La descrizione della sinistra istituzionale è perfettamente chiara per gli spagnoli, con Rodríguez Zapatero o Felipe González; per i Paesi Baschi – Gora Euskal Herria – ancora di più; anche per l'Italia ribelle non deve essere una novità; ed anche la Grecia può raccontarci molto; in Francia con Miterrand, il barone, è lo stesso.

In Messico, no. Continua ad esserci questa aspettativa: che è possibile che la sinistra che ci ritroviamo adesso, se arriva al potere, lo farà impunemente, cioè: può arrivare a governare senza smettere di essere di sinistra. Spagna, Italia, Francia, Grecia, praticamente tutti i paesi al mondo possono rendersi conto del contrario: di gente di sinistra, coerente – non necessariamente radicale – che smette di esserlo nel momento in cui arriva al potere. Varia la velocità, varia la profondità, ma inevitabilmente si trasformano. Questo è quello che noi chiamiamo “l'effetto stomaco” del potere: o ti digerisce o ti trasforma in merda.

In Messico questo avvicinamento della sinistra, o di quello che si autodefinisce sinistra, al potere – mi viene in mente ora che su un giornale è stato scritto che io non ero qui, ma che ero a Città del Messico alle feste 

della sinistra, ma non sapevo ci fosse una sinistra a
Città del Messico e che facesse delle feste…. Sì c'è ancora, ma è un'Altra
sinistra – dicevo, nel momento in cui si è presentata la possibilità del
potere, è iniziato il processo di digestione e defecazione del potere su questa
sinistra. (…)

Dunque, noi avremmo dovuto, ce lo chiedeva questo
gruppo di intellettuali, artisti, leader sociali, ritornare alla situazione
storica presente al 1984, quando pensavamo che un gruppo, o una persona, se
arriva al potere, trasforma tutto dall'alto verso il basso. E che noi
depositassimo la fiducia, il futuro, la nostra vita ed il nostro sviluppo nelle
mani di un illuminato, di una persona, insieme ad una banda di 40 ladroni…
che è la sinistra in Messico.

Noi abbiamo detto no. Non è che il presidente
legittimo ci sia antipatico, semplicemente non crediamo in questo processo. Non
crediamo che qualcuno, nemmeno così figo quanto il Subcomandante Marcos, sia
capace di operare questa trasformazione. Noi non potevamo fare questo, ed
allora c'è stata la rottura.

Voglio richiamare l'attenzione su una cosa: allora
dicemmo quello che sarebbe successo. Quello che sta succedendo adesso. Quando
noi lo dicevamo, dissero che stavamo facendo il gioco della destra. Ora che
stanno ripetendo perfino con le nostre stesse parole quello che dicevamo due
anni fa, si dice che è per fare un servizio alla sinistra.

Lo zapatismo è scomodo. È come se nel rompicapo del
potere ci fosse un pezzo che non si incastra e di cui bisogna disfarsi. Di
tutti i movimenti che ci sono in Messico, uno di questi – non l'unico – lo
zapatismo, è scomodo per questa gente. È un movimento che non permette di
accontentarsi, che non permette di arrendersi, che non permette di tentennare,
che non permette di vendersi. E nei movimenti dell'alto questa è la logica,
questo è razionale. È la “real politik”, come si dice.

Allora si verifica l'allontanamento che, a poco a
poco, incomincia a permeare perfino i settori internazionali, in America Latina
ed in Europa, fondamentalmente. In questo percorso, tuttavia, si sono costruite
relazioni più solide. Per citarne alcune, con i compagni della CGT della
Spagna, con il movimento culturale ribelle dei Paesi Baschi, l'Italia sociale
e, più recentemente, la Grecia
ribelle ed insubordinata che abbiamo conosciuto.

Questo spostamento a destra si nasconde in questo
modo, si dice: “L'EZLN si è radicalizzato ed è diventato più di
sinistra”. Scusate, ma il nostro progetto è sempre lo stesso: non
cerchiamo la presa del potere, pensiamo che le cose si costruiscono dal basso.
Quello che è successo è che quei settori, gli intermediari della solidarietà, i
coyote internazionalisti, o l'internazionale del coyotaggio, si sono spostati a
destra. Perché il potere non ti fa entrare gratis.

Il potere è un club esclusivo e bisogna avere
determinati requisiti per accedervi. Quello che gli zapatisti chiamano “la
società del potere” ha le sue regole. E vi si può accedere solo se si
rispettano determinate regole. Chiunque cerchi giustizia, libertà, democrazia,
rispetto per le differenze, non ha possibilità di accedervi, a meno che
tentenni su queste idee.

Quando noi abbiamo cominciato a vedere questo
spostamento a destra del settore apparentemente più zapatista, ci siamo chiesti
che cosa c'era sotto, cosa c'era dietro. Ad essere sinceri siamo partiti dal
contrario: abbiamo cominciato dal mondo, cioè a livello internazionale, e poi
ci siamo chiesti del Messico.

Per ragioni che forse voi potete spiegare, la
vicinanza dello zapatismo è stata più forte con altri paesi che col Messico. Ed
è stata più forte in Messico che con la gente del Chiapas. Come se ci fosse un
rapporto inverso nella geografia: chi viveva più lontano era più vicino a noi,
mentre chi viveva più vicino era più lontano da noi.

È venuta l'idea di cercarli con l'intuizione ed il desiderio
che esistessero: voi, altri come voi. È arrivata la Sesta Dichiarazione,
la rottura definitiva con quel settore dei coyote della solidarietà. E la
ricerca, in Messico e nel mondo, di altri che fossero come noi, ma che fossero
diversi.

Oltre a questa posizione rispetto al potere, c'è una
caratteristica essenziale nello zapatismo – e lo vedrete ora che siete qui in
questi giorni o se parlerete con i Consigli Autonomi e con le Giunte di Buon
Governo, ovvero con le autorità autonome -: la rinuncia ad egemonizzare ed
omogeneizzare la società. Noi non pretendiamo un Messico zapatista, né un mondo
zapatista. Non pretendiamo che tutti diventino indigeni. Noi vogliamo un posto,
qui, il nostro, che ci lascino in pace, che non ci comandi nessuno. Questo è la
libertà: che noi decidiamo quello che vogliamo fare.

E pensiamo che sia possibile solo se altri come noi lo
vogliono e lottano per la stessa cosa. E si stabilisce un rapporto di
cameratismo, diciamo noi. Questo è quello che vuole costruire L'Altra Campagna.
Questo è quello che vuole costruire la Sesta Internazionale.
Un incontro di ribellioni, uno scambio di apprendistati ed un rapporto più
diretto, non mediatico, ma reale, di appoggio tra organizzazioni.

Alcuni mesi fa sono venuti qua compagni di Corea, Tailandia,
Malesia, India, Brasile, Spagna – e non mi ricordo di che altre parti – di Vía
Campesina. Noi li abbiamo incontrati a La Realidad ed abbiamo detto loro: l'incontro tra
dirigenti per noi non vale niente. Tanto meno le foto con loro. Se le dirigenze
di due movimenti non servono affinché i movimenti si incontrino e si conoscano,
queste dirigenze non servono.

Diciamo la stessa cosa a chiunque venga a proporci
questo. Quello che ci interessa è quello che c'è dietro: voi, altri come voi.
Non possiamo andare in Grecia, ma possiamo fare un calcolo e dire che non sono
tutti qua quelli che avrebbero voluto venire. Come possiamo parlare con questi
altri? E dire loro che non vogliamo elemosine, che non vogliamo pietà. Che non
vogliamo che ci salvino la vita. Che vogliamo un compagno, una compagna, ed
uno/a compagno/a in Grecia che lotti per le proprie rivendicazioni. In Italia,
nei Paesi Baschi, in Spagna, in Francia, in Germania, Danimarca, Svezia – non
elenco tutti i paesi perché se ne salto uno poi mi contestano -…

Dove guardiamo noi? Mentre vi espongo questo rapido
percorso, vi parlo di un'eredità morale ed etica dalla quale siamo nati. Ha a
che vedere soprattutto con la lotta ed il rispetto per la vita, per la libertà,
per la giustizia e per la democrazia. Noi abbiamo un debito morale con i nostri
compagni. Non con voi, non con gli intellettuali che si sono allontanati, non
con gli artisti né con gli scrittori, né con i leader sociali che ora sono
antizapatisti.

Noi abbiamo un debito con coloro che sono morti
lottando. E noi vogliamo che arrivi il giorno in cui ai nostri morti ed alle
nostre morte potremo dire solo tre cose: non ci siamo arresi, non ci siamo
venduti, non abbiamo tentennato.


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